Quando si parla dei migliori video musicali di Michael Jackson, i titoli che tornano sempre sono gli stessi: Thriller, Billie Jean, Beat It, Smooth Criminal, Black or White. Ed è giusto così, perché sono opere che hanno cambiato davvero il rapporto tra musica, immagine, danza e industria dell’intrattenimento. Ma il problema delle icone è che, a forza di brillare, finiscono per lasciare in ombra tutto il resto.
Nella videografia di Michael Jackson esistono lavori meno citati, meno “da classifica”, forse meno immediati, ma fondamentali per capire quanto fosse ampio il suo modo di pensare il videoclip: non solo evento spettacolare, ma satira, noir, metacinema, solitudine urbana, racconto gotico e riflessione sul rapporto tra artista e pubblico. Questa non è una lista dei video più famosi, ma dei video che meriterebbero più spazio quando si parla di Michael Jackson come autore visivo. E quale momento migliore, dopo l'uscita del biopic al cinema (qui la mia recensione di Michael), per riscoprire la sua videografia dimenticata?
Leave Me Alone (1987), Michael Jackson Contro il Circo Mediatico
Leave Me Alone è uno dei video più sottovalutati di Michael Jackson, anche se sulla carta non avrebbe nulla da invidiare ai titoli più celebrati. Diretto da Jim Blashfield, vinse il Grammy come Best Music Video – Short Form alla 32ª edizione dei Grammy Awards, e già questo basterebbe a rimetterlo al centro del discorso. Ma il suo vero valore non è solo tecnico: è politico, personale, quasi terapeutico. Jackson trasforma il gossip, le deformazioni giornalistiche e il racconto grottesco costruito attorno alla sua immagine pubblica in un luna park mostruoso, fatto di collage, animazioni, titoli di tabloid, simboli pop e caricature. È come se entrasse fisicamente dentro la macchina mediatica che lo stava divorando per smontarla dall’interno.
Il video non chiede pietà, non si difende in modo didascalico, non cerca neppure di essere “serio”: risponde al ridicolo con il ridicolo, all’assurdo con l’assurdo. E forse proprio per questo funziona ancora oggi. In un’epoca in cui l’immagine pubblica viene macinata ogni giorno da social, meme, clip tagliate e titoli acchiappaclick, Leave Me Alone sembra quasi anticipare la prigione mediatica contemporanea. Solo che Michael Jackson, invece di subirla in silenzio, la trasforma in un parco giochi inquietante e poi prova a distruggerla.
Liberian Girl (1989) il Videoclip in cui Michael Jackson Scompare
Liberian Girl è un caso curioso, perché è uno dei video più affettuosi e anomali della sua carriera. Invece di costruire tutto intorno alla propria presenza scenica, Jackson sceglie quasi di sparire. Il video, diretto da Jim Yukich, riunisce una lunghissima serie di volti noti del cinema, della televisione e della musica, tutti apparentemente in attesa di girare il videoclip di Michael Jackson. La sorpresa finale ribalta il gioco: Michael non era assente, stava osservando e dirigendo tutto da dietro la macchina da presa. È una trovata semplice, ma molto più intelligente di quanto possa sembrare. Per una popstar abituata a essere sempre il centro assoluto dell’inquadratura, Liberian Girl diventa un piccolo esercizio di sottrazione e controllo.
Jackson non domina il video con la danza, non impone una coreografia iconica, non costruisce un mondo narrativo spettacolare: orchestra una comunità di immagini, di presenze, di volti. È quasi un making of immaginario, un videoclip sul desiderio di apparire dentro il videoclip di Michael Jackson. E in questo senso racconta perfettamente il suo status alla fine degli anni Ottanta: non solo cantante, non solo performer, ma punto di attrazione attorno al quale Hollywood poteva radunarsi anche solo per pochi secondi. La pagina ufficiale del video ricorda infatti la presenza di circa tre dozzine di attori, musicisti e celebrità, confermando la natura corale e metacinematografica del progetto.
Who Is It (1991) il Noir Firmato David Fincher
Tra i video meno discussi di Michael Jackson, Who Is It è forse uno dei più affascinanti. Diretto da David Fincher, prima della sua definitiva consacrazione cinematografica, ha un’atmosfera cupa, elegante, quasi da thriller psicologico. Non cerca la spettacolarità fisica di Beat It o Smooth Criminal, ma lavora su un altro territorio: tradimento, identità, desiderio, controllo, sospetto. È un videoclip più freddo, più adulto, meno immediatamente “pop”, e forse per questo è rimasto ai margini del grande racconto jacksoniano. Ma proprio qui sta il suo interesse. Who Is It mostra un Michael Jackson immerso in un mondo visivo più vicino al cinema notturno degli anni Novanta che al videoclip coreografico tradizionale.
Fincher costruisce immagini levigate, interni sofisticati, corpi che sembrano trattenere più di quanto dicano. È un video sulla frattura, non sull’esplosione; sull’assenza, non sulla performance. E questo lo rende prezioso, perché dimostra che Jackson non aveva bisogno di ballare in ogni momento per essere cinematografico. Poteva anche restare fermo, osservare, soffrire dentro un’immagine controllata. Who Is It meriterebbe più attenzione proprio perché non assomiglia al Michael Jackson che il pubblico cerca istintivamente. È meno celebrativo, meno iconico, ma più inquieto. E in certi passaggi sembra quasi anticipare il Fincher dei corpi eleganti e delle ossessioni invisibili.
Blood on the Dance Floor (1997), il Michael più notturno e sensuale
Blood on the Dance Floor è uno di quei video che sembrano vivere ai margini della grande mitologia jacksoniana, forse perché arriva in una fase più complessa della sua carriera e non ha avuto la stessa centralità mediatica dei classici anni Ottanta. Diretto da Michael Jackson e Vincent Paterson, il videoclip accompagna il singolo tratto dall’album Blood on the Dance Floor: HIStory in the Mix, pubblicato nel 1997. Qui Jackson abbandona la dimensione più epica o favolistica di altri lavori e costruisce un’atmosfera molto più notturna, sensuale, quasi pericolosa: un club, una donna ambigua, una tensione fisica che attraversa la danza come se fosse un corteggiamento ma anche una minaccia.
Il brano ruota attorno alla figura di Susie, personaggio femminile seduttivo e potenzialmente letale, e il video traduce questa idea in un corpo a corpo fatto di sguardi, movimenti rapidi, colori caldi e una coreografia più sporca, meno “monumentale” rispetto ai suoi video più celebri. È un Michael Jackson diverso: meno fiabesco, meno iconico in senso classico, più adulto e quasi claustrofobico. Proprio per questo merita di essere riscoperto. Blood on the Dance Floor non vuole costruire un nuovo mito universale come Thriller o Black or White, ma raccontare un’ossessione, una trappola, un’energia da nightclub in cui la danza non libera il corpo: lo mette in pericolo.
Ghosts (1996), il Fratello Oscuro e Meno Fortunato di Thriller
Se Thriller è diventato il videoclip-culto per eccellenza, Ghosts è il suo fratello più strano, più lungo, più gotico e decisamente meno digeribile. Diretto da Stan Winston, maestro degli effetti speciali, e nato da una storia che coinvolge anche Stephen King e Mick Garris, Ghosts non è un semplice video musicale: è un mediometraggio horror-musicale di quasi quaranta minuti, costruito attorno alla figura del Maestro, un artista isolato e percepito come “diverso” da una comunità che vorrebbe cacciarlo. Il sottotesto è evidente, forse persino troppo: Jackson mette in scena la paura del diverso, il giudizio collettivo, la trasformazione dell’artista in mostro agli occhi degli altri. Ma proprio questa frontalità lo rende interessante.
Ghosts non ha l’equilibrio perfetto di Thriller, non possiede la stessa leggerezza pop, né la stessa immediatezza coreografica. È più barocco, più cupo, più ossessivo. Eppure contiene alcune delle intuizioni più personali della sua carriera: Michael interpreta più ruoli, lavora con il trucco prostetico, usa il corpo come effetto speciale e trasforma la danza in rito soprannaturale. Il Festival di Cannes conserva una pagina dedicata a Michael Jackson – Ghosts, segno che il progetto ebbe anche una visibilità cinematografica non trascurabile, ma nella memoria popolare è rimasto molto meno accessibile di Thriller. Forse perché era troppo lungo per la televisione, troppo strano per il pubblico generalista, troppo legato a un momento complicato della sua immagine pubblica. Ma proprio per questo merita di essere riscoperto: non come copia tardiva di Thriller, ma come opera più ferita, più esplicita e più personale.

Sei d'accordo che questi sono i videoclip meno citati di MJ o tu ne avresti selezionati altri? Scrivimelo nei commenti! Se sei un musicista e questo articolo ti ha incuriosito, puoi scrivermi e chiedermi un preventivo gratuito per realizzare il videoclip del tuo brano. Vediamo cosa posso inventarmi!








