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Michael Jackson, 10 Video Musicali Famosi Che Hanno Fatto La Storia

17/05/2026 12:00

Vito Sugameli

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Michael Jackson, 10 Video Musicali Famosi Che Hanno Fatto La Storia

Da Thriller a Black or White: i migliori 10 video musicali di Michael Jackson che hanno trasformato il videoclip in cinema breve e cultura pop.

Grazie al biopic Michaelqui potete leggere la mia recensione del film di Antoine Fuqua, scritta da fan ma con uno sguardo il più possibile obiettivo — si è tornati finalmente a parlare del Re del Pop per la sua musica e per il suo genio artistico. E quando si parla di video musicali come forma d’arte, il nome che ha cambiato tutto è inevitabilmente quello di Michael Jackson. Prima degli anni Ottanta, il video musicale era spesso una performance filmata, un supporto promozionale utile a far circolare una canzone in televisione. Con Jackson, invece, il videoclip diventa racconto, costruzione del mito, coreografia, cinema breve, evento globale. Non è solo una questione di budget o di spettacolarità: il punto è che ogni video comincia a sembrare necessario, come se la canzone non fosse davvero completa senza il suo immaginario visivo.

Questa selezione, quindi, non vuole essere una classifica assoluta — sarebbe impossibile, e forse anche ingiusto, lasciare fuori video come Bad, Remember the Time o Scream — ma un percorso attraverso cinque opere che spiegano meglio di altre come Michael Jackson abbia trasformato il videoclip in un linguaggio autonomo, capace di influenzare cinema, moda, danza, televisione e cultura pop. Thriller, non a caso, è stato il primo videoclip inserito nel National Film Registry della Library of Congress: un riconoscimento che dice molto su quanto quel formato, nelle sue mani, avesse già superato i confini della semplice promozione musicale.

Thriller (1983), Quando il Videoclip Diventa Cinema Breve

Thriller non è soltanto il video musicale più famoso di Michael Jackson: è probabilmente il momento in cui il videoclip diventa, agli occhi del grande pubblico, una piccola forma di cinema popolare. Diretto da John Landis, già regista di Un lupo mannaro americano a Londra (1981), dura quasi quattordici minuti e lavora come un cortometraggio horror: introduzione narrativa, dialoghi, trasformazioni mostruose, atmosfera da cinema di genere, ironia, tensione, make-up prostetico e una coreografia zombie diventata patrimonio collettivo, replicata non so più quante volte in opere audiovisive, piazze e camerette.

 

La sua forza non sta solo nell’aver “alzato l’asticella”, frase ormai abusata, ma nell’aver cambiato la percezione stessa del pubblico: dopo Thriller, un videoclip non poteva più essere pensato soltanto come accompagnamento visivo a una canzone. Doveva diventare memoria. Doveva creare un prima e un dopo. La cosa interessante è che Jackson non usa l’horror per spaventare davvero, ma per costruire un rito pop: mostri, danza e spettacolo diventano un unico corpo. È cinema di serie B filtrato attraverso il controllo assoluto di una popstar che aveva capito una cosa fondamentale: se vuoi entrare nell’immaginario, non basta cantare una canzone indimenticabile, devi darle un mondo.

Bad (1987), Scorsese Porta Michael nel Cinema Urbano

Con Bad, Michael Jackson prova a ridefinire la propria immagine pubblica. Dopo l’impatto irripetibile di Thriller, il rischio era restare prigioniero dell’icona precedente. Il videoclip, diretto da Martin Scorsese, risponde proprio a questa esigenza: rendere Michael più duro, più urbano, più teatrale, quasi più “cinematografico” nel senso classico del termine. La versione estesa, lunga circa diciotto minuti, costruisce una vera premessa narrativa in bianco e nero: Jackson interpreta Darryl, un ragazzo che torna nel suo quartiere dopo aver studiato lontano e si trova a dover dimostrare la propria identità davanti al gruppo guidato da un giovane Wesley Snipes

 

È una dinamica che richiama il musical urbano, West Side Story, il cinema di strada e il conflitto tra appartenenza e cambiamento. Quando poi esplode la parte musicale, la metropolitana diventa un palcoscenico sotterraneo, un luogo sporco e quotidiano trasformato in teatro del corpo. Bad ha fatto la storia perché ha mostrato un Michael Jackson diverso: non più solo figura fantastica o creatura notturna, ma personaggio dentro un racconto di tensione sociale, orgoglio e performance. Scorsese porta il videoclip dentro una grammatica più vicina al cinema narrativo, ma Jackson lo piega comunque al proprio linguaggio: ogni gesto, ogni scatto, ogni posa serve a costruire una nuova maschera. Più aggressiva, certo, ma ancora perfettamente controllata.

Billie Jean (1983) e la Nascita di MJ come Icona Visiva

Rispetto a Thriller, Billie Jean è quasi l’opposto: meno narrativo, meno spettacolare, più essenziale. Eppure proprio questa essenzialità lo rende decisivo. Diretto da Steve Barron, il video lavora su pochi segni visivi immediatamente riconoscibili: la strada notturna, le mattonelle che si illuminano al passaggio, il completo scuro, il cappello, il passo controllato, la presenza magnetica di Jackson che sembra appartenere a un altro piano della realtà. Non serve una trama complessa, perché il racconto è già nel corpo.

 

Billie Jean è importante anche per il rapporto con MTV: il video entrò in heavy rotation in un momento in cui la presenza degli artisti neri sul canale era ancora un tema problematico, contribuendo a rompere una barriera culturale e commerciale che oggi può sembrare assurda, ma che all’epoca era molto concreta. Visivamente, però, il suo merito più grande è un altro: mostra che l’icona nasce per sottrazione. Jackson non ha bisogno di mostri, gang, effetti digitali o scenografie gigantesche. Gli basta camminare, fermarsi, voltarsi, far accendere il pavimento sotto i piedi. Da quel momento, il videoclip non vende più soltanto una canzone: costruisce un’identità.

Beat It (1983), la Danza Come Alternativa Alla Violenza

Con Beat It, diretto da Bob Giraldi, Michael Jackson porta dentro il pop mainstream una tensione quasi cinematografica: gang rivali, coltelli, strade notturne, scontro imminente. Tutto sembra preparare una scena di violenza urbana, ma nel momento decisivo il conflitto viene disinnescato dalla danza. È qui che il video diventa più interessante della sua stessa superficie spettacolare: la coreografia non arriva come semplice numero musicale, ma come alternativa narrativa alla rissa

 

Dove il cinema classico avrebbe probabilmente mostrato lo scontro fisico, Jackson mostra un corpo collettivo che riorganizza la violenza in ritmo, gesto, presenza scenica. Giraldi ha raccontato che nel video furono coinvolti anche veri membri delle gang di Los Angeles, scelta che dà al progetto un’ambiguità potente: da una parte c’è la messa in scena, dall’altra un tentativo reale — per quanto filtrato dall’industria musicale — di trasformare un immaginario di conflitto in un’immagine di riconciliazione. Beat It ha fatto la storia perché capisce una cosa che molti videoclip dimenticano ancora oggi: la danza non deve per forza interrompere il racconto. Può essere il racconto.

Smooth Criminal (1988), Tra Gangster Movie e Coreografica

Smooth Criminal è forse il video in cui Michael Jackson porta più chiaramente il videoclip verso l’immaginario del cinema classico. Nato come segmento centrale di Moonwalker (1988) e poi diventato anche videoclip autonomo, è ambientato in un nightclub anni Trenta e richiama il gangster movie, il musical hollywoodiano, il noir stilizzato e l’eleganza teatrale di un mondo costruito interamente intorno al ritmo. Qui Jackson non interpreta solo una popstar: diventa personaggio, silhouette, figura da fumetto, gangster danzante, eroe impossibile. Il celebre anti-gravity lean, l’inclinazione in avanti che sembra sfidare la fisica, è diventato uno dei gesti più iconici della cultura pop.

 

Anche qui, però, la curiosità tecnica è più interessante se letta dentro il linguaggio: nel video l’effetto fu realizzato con sistemi da set, mentre per portarlo dal vivo Jackson e due collaboratori ottennero nel 1993 un brevetto per una speciale scarpa capace di agganciarsi a un supporto nel palco. È un dettaglio perfetto per capire il suo metodo: non gli bastava inventare un’immagine, voleva renderla ripetibile, performabile, mitologica. Smooth Criminal funziona perché unisce precisione meccanica e fantasia cinematografica. Ogni gesto sembra progettato, ma non perde mai mistero.

Black or White (1991) e il Futuro Digitale Del Videoclip

Con Black or White, ancora diretto da John Landis, Michael Jackson entra negli anni Novanta portando con sé un’idea più globale, tecnologica e mediatica del videoclip. Il video attraversa culture, corpi, paesaggi e identità diverse, costruendo un messaggio di integrazione che oggi può sembrare molto diretto, ma che all’epoca dialogava perfettamente con la dimensione planetaria della sua immagine pubblica. Ma prima di farlo, il videoclip propone un cortometraggio introduttivo con Macaulay Culkin, amico di Michael Jackson, che si presta a riprendere il tono del personaggio dispettoso e ribelle che l’ha reso famoso in Mamma, ho perso l’aereo. La sequenza più famosa resta però quella del morphing digitale dei volti, realizzata da Pacific Data Images: un passaggio tecnico che contribuì a rendere popolare un effetto visivo destinato a diventare onnipresente negli anni successivi.

 

La cosa interessante è che il morphing non viene usato solo come virtuosismo, ma come sintesi visiva del messaggio: un volto diventa un altro, le differenze si trasformano senza annullarsi, la tecnologia prova a visualizzare un’idea sociale. Poi, certo, resta anche il lato più ambiguo e jacksoniano: l’ultima parte del video, più aggressiva e controversa, mostra un artista che non vuole essere soltanto rassicurante, ma anche disturbante, fisico, quasi rabbioso. Ed è proprio questa contraddizione a renderlo ancora vivo. Black or White non è solo un videoclip “con un effetto speciale famoso”: è il momento in cui Jackson capisce che il futuro dell’immagine pop sarebbe stato sempre più digitale, globale e immediatamente riconoscibile.

Remember the Time (1992), il Kolossal Pop

Diretto da John Singleton, il video è uno dei momenti più spettacolari dell’era Dangerous: nove minuti ambientati in un antico Egitto dichiaratamente pop, con Eddie Murphy, Iman, Magic Johnson e Tiny Lister a costruire un piccolo kolossal televisivo. Qui Michael Jackson non entra semplicemente in una scenografia: appare quasi come una creatura magica, un illusionista del ritmo capace di sedurre, danzare e sparire in una nuvola dorata. Il video venne presentato nel 1992 con una première televisiva simultanea su più network americani, confermando ancora una volta l’idea jacksoniana del videoclip come evento, non come semplice lancio promozionale. Ma la sua importanza non è solo produttiva.

 

Remember the Time porta il New Jack Swing dentro un immaginario sontuoso, teatrale, quasi mitologico, e mostra un Jackson più morbido, più elegante, meno aggressivo rispetto alla fase Bad. La coreografia ha una precisione chirurgica, ma non perde fluidità; il racconto è semplice, ma il mondo visivo è così forte da rendere ogni dettaglio riconoscibile. Ha fatto la storia perché dimostra che Michael Jackson, anche negli anni Novanta, continuava a pensare il videoclip come un luogo in cui musica, cinema, moda, danza e star system potevano fondersi in un’unica forma popolare.

Earth Song (1995), l’Apocalisse Ambientale

Con Earth Song, Michael Jackson porta il videoclip pop dentro una dimensione monumentale, quasi apocalittica. Diretto da Nick Brandt, il video punta su un immaginario globale fatto di foreste distrutte, animali uccisi, guerre, povertà, villaggi devastati e comunità travolte dalla violenza dell’uomo. È uno dei casi più evidenti in cui Jackson usa la propria popolarità per trasformare un tema complesso — la crisi ambientale e umanitaria — in un’immagine immediatamente comprensibile, emotiva, accessibile a un pubblico planetario.

Il video ha fatto la storia perché porta dentro il linguaggio del videoclip musicale una scala visiva raramente associata a una canzone pop. Non è solo un brano “impegnato”, ma una vera esperienza audiovisiva costruita come un crescendo: prima la distruzione, poi il grido, infine il desiderio impossibile di riavvolgere il tempo e restituire vita a ciò che è stato spezzato. La celebre sequenza finale, in cui la natura sembra ricomporsi e la devastazione viene annullata, è forse ingenua nella sua simbologia, ma resta potentissima come immagine popolare. Earth Song è diventato memorabile proprio perché sceglie l’enfasi, il melodramma. E in questo senso rappresenta perfettamente il Michael Jackson degli anni Novanta, un artista che non voleva soltanto intrattenere, ma trasformare il videoclip in un evento emotivo capace di risvegliare le coscienze del mondo intero.

The Way You Make Me Feel (1987), il Corteggiamento Diventa Coreografia

The Way You Make Me Feel è spesso ricordato come uno dei video più leggeri e seduttivi dell’era Bad, ma proprio per questo merita un posto tra i dieci più importanti. Diretto da Joe Pytka e interpretato accanto alla modella Tatiana Thumbtzen, il video porta Michael Jackson dentro una dimensione meno epica e più terrena: una strada, un gruppo di ragazzi, una donna che passa, un corteggiamento trasformato progressivamente in performance. Letto oggi, alcuni elementi narrativi possono apparire inevitabilmente figli del loro tempo, ma il valore del video sta nel modo in cui Jackson riesce a rendere coreografico persino il desiderio. Non canta semplicemente a una donna: costruisce intorno a lei uno spazio musicale, fatto di inseguimenti, pause, sguardi, silhouette e movimenti che sembrano nascere direttamente dall’asfalto.

C’è ancora una traccia di West Side Story, ma filtrata attraverso un immaginario pop più caldo e sensuale. Se Bad lavora sull’affermazione dell’identità, The Way You Make Me Feel lavora sulla presenza fisica, sul carisma, sulla capacità di trasformare una situazione semplice in un rituale visivo. È un video meno rivoluzionario di Thriller o Black or White, ma fondamentale per capire quanto Jackson sapesse modulare la propria icona: non solo mostro, gangster, alieno o messia pop, ma anche corpo desiderante, vulnerabile, ironico, capace di rendere memorabile persino un gesto di corteggiamento.

They Don’t Care About Us (1996), Protesta Politica

Tra i video più famosi e politicamente espliciti di Michael Jackson, They Don’t Care About Us occupa un posto particolare. La versione più celebre è quella brasiliana (ma vi invito a vedere anche la Prison Version), diretta da Spike Lee, venne girata tra il Pelourinho di Salvador e la favela Santa Marta a Rio de Janeiro, con la partecipazione del gruppo afro-brasiliano Olodum. Qui il videoclip diventa corpo collettivo: percussioni, strada, folla, volti, bambini, finestre, balconi, comunità. Jackson è al centro, certo, ma non domina l’immagine come nei suoi video più iconici; sembra piuttosto attraversato dall’energia del luogo. Ed è proprio questa la forza del video: la denuncia non viene raccontata in modo astratto, ma immersa dentro uno spazio reale, abitato, politicamente sensibile. Le riprese, però, furono complesse anche fuori dall’inquadratura.


Le autorità brasiliane provarono a ostacolare la produzione, preoccupate che quelle immagini di povertà urbana potessero danneggiare la reputazione internazionale del Paese. Per girare a Santa Marta la produzione dovette confrontarsi anche con il potere informale che controllava concretamente il territorio.


Spike Lee ha raccontato che, per garantire la sicurezza di Michael Jackson e della troupe, fu necessario ottenere il via libera da Marcinho VP, boss locale della favela; la mediazione sarebbe stata condotta da Kátia Lund, collaboratrice brasiliana del regista, poi nota anche per il suo film City of God del 2002 diretto insieme a Fernando Meirelles. È un dettaglio quasi paradossale, ma perfettamente coerente con la natura del video: una canzone contro l’indifferenza del potere girata in un luogo dove, per raccontare gli esclusi, bisognava prima fare i conti con chi quel territorio lo controllava davvero. La versione brasiliana ha fatto la storia perché trasforma la rabbia in ritmo e la protesta in presenza fisica. Non è il Michael Jackson della favola pop, né quello del cortometraggio horror o del musical gangster: è un artista che usa la propria immagine globale per amplificare un grido locale, lasciando che siano i tamburi, la strada e i corpi a completare il messaggio.

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Sei d'accordo che questi sono i videoclip migliori di MJ o tu ne avresti selezionati altri? Scrivimelo nei commenti! Se sei un musicista e questo articolo ti ha incuriosito, puoi scrivermi e chiedermi un preventivo gratuito per realizzare il videoclip del tuo brano. Vediamo cosa posso inventarmi!

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